Grammatica, quanto mi servi

La grammatica serve, facciamocene una ragione e facciamo pace con i nostri insegnanti della scuola dell’obbligo.
Serve a farci comprendere correttamente in una conversazione e soprattutto in uno scritto! tanto più se sia uno scritto tecnico o comunque destinato ad altri che vogliamo capiscano bene il nostro pensiero. Su piccoli errori, sviste, refusi si può sorvolare, ma altri possono complicare la vita.

Facciamoci capire. 
“Siamo una agenzia di comunicazione e cerchiamo collaboratori da far creare articoli per noi e per i nostri clienti”. La discesa del sangue ai piedi è immediata (!) ma solo momentanea. La sostituzione di «da» con «cui» può essere davvero una svista dettata dalla fretta, da un rapido cambio di costruzione della frase non completato per fretta, appunto. In altri casi però può essere pericoloso.
Mi sono capitati tra le mani articoli di quotidiano e –molto più pericolosamente– testi giuridici o di economia e finanza in cui l’utilizzo dei tempi verbali era fantasioso e la costruzione logica delle frasi era oggettivamente dubbia. Il pericolo di pesanti incomprensioni è dietro l’angolo e non ci sono la gestualità o l’intonazione del parlato a soccorrere.

Una virgola cambia la vita. 
Non è una semplice questione di penna rossa o penna blu, di puntiglio e punizione scolastica. Il punto è che un uso non corretto della grammatica rischia di non far capire il nostro pensiero. E se penso alla eventualità –non remota a quanto mi dicono– di incomprensioni in ambito edilizio o genericamente ingegneristico, o medico e scientifico, il sangue evapora direttamente (!). Se muratore e capocantiere non ci capiscono o non sanno leggere le indicazioni del progettista, o se quest’ultimo le ha scritte male –con errori o non pensando se fossero chiare anche per altri– o non è in grado di esprimere bene ciò che di tecnico ha studiato e ben conosce, be’, tanti auguri a chi usufruirà del loro edificio o ponte…

Non stracciamoci le vesti, ma spieghiamo le buone ragioni.
Spezzo quindi una lancia –anche una dozzina– in favore della grammatica e di chi cerca di farne comprendere il valore senza per questo stracciarsi eccessivamente le vesti.
La scrivente rientra spesso nella categoria di chi si indigna, e anche parecchio, ma anche in quella di chi capisce che proprio nella scuola dell’obbligo non ci si è spesso preoccupati troppo di far apprezzare la sana scrittura per la sua mera utilità. E soprattutto non ci si è dati gran pena di farla scorrere nell’uso quotidiano dell’insegnamento e della lettura. È infatti più semplice apprendere potendo anche ascoltare la teoria che si studia.

Rispetto per il prossimo. La responsabilità di chi offre servizi pubblici.
L’importanza del lavoro degli insegnanti è grande – e troppo spesso svilita da studenti e famiglie che demotivano anche il docente e talora gli fanno letteralmente passare la voglia di impegnarsi. Spesso però è sottovalutata anche quella di tutti coloro che scrivono e pubblicano testi di qualsivoglia natura, o parlano in pubblico rivestendo ruoli istituzionali o di pubblica utilità.
Non posso dimenticare quanti anziani sappiano usare correttamente tempi verbali e costruzioni sintattiche pur avendo frequentato solo la scuola elementare o al massimo la media (e volutamente uso le vecchie definizioni per portare a decenni passati e ben determinati), risultando imparagonabili nel confronto con tanti giovani e meno giovani. La povertà verbale è spesso un imbarazzante e colpevole segno di pigrizia nella lettura e nella informazione e arricchimento personali più che una vera ignoranza derivante da mancanza di opportunità.